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Lo spettro dell’anoressia e gli intrecci familiari

Dati statistici, recenti, ci dicono che il rischio di morte per un soggetto che soffre di anoressia nervosa è 6 volte superiore rispetto alla popolazione generale. Purtroppo l’anoressia nervosa è una malattia sociale che continua a mietere vittime.

Iniziamo a sfatare uno dei falsi miti più grandi legati all’anoressia, un errore in cui anche la medicina spesso incorre: ridurre il tutto ad un cattivo rapporto con il cibo, elidendo il senso più profondo di questa malattia che spesso si nasconde nell’ambito del sistema familiare.

Dall’esperienza clinica emerge che gli stili peculiari di queste famiglie parlano di sistemi iperprotettivi, caotici o perfetti a seconda di quali di questi atteggiamenti si imponga sugli altri. A volte il controllo e la preoccupazione dei genitori nei confronti dei figli predominano sulla sensibilità, sul reale contatto emotivo e sull’intimità, cosicchè le cure genitoriali si rivelano in realtà di ostacolo ad ogni iniziativa autonoma dei propri figli.

Ma cosa accade, nello specifico, nelle famiglie in cui si manifesta un disturbo dell’alimentazione?

E’ spesso evitato o controllato qualunque tipo di espressione emotiva: i genitori tendono a ridefinire le reazioni emotive dei figli, con frasi del tipo: “non fare cosi’, non c’è da arrabbiarsi, è che oggi sei stanca”, oppure “non piangere, bisogna essere forti ecc.”. Un modo insomma di parlarsi e di stabilire rapporti in cui ogni differenza viene attenuata, ogni espressione emotiva arginata e chiamata con un altro nome, nell’intento di fornire l’immagine perfetta ed ideale, ma che al tempo stesso crea confusione ed ambiguità.

Il rapporto con il cibo, diventa quindi l’espressione esteriore di un disagio interiore, infatti i genitori quasi sempre lamentano un brusco cambiamento nel comportamento del figlio, contemporaneo all’insorgenza del sintomo alimentare. Si viene così a creare un vero e proprio braccio di ferro tra la famiglia che chiede ed il paziente che rifiuta. Attraverso questa modalità comunicativa, totalmente focalizzata sul cibo, si giocano contenuti più intimi e centrati su questioni fondamentali quali potere, autorità, libertà ed autonomia, che peraltro non vengono mai espressi direttamente. Il comportamento alimentare, dunque, emesso in situazioni “critiche” e successivamente riproposto si mantiene poi in quanto diventa un forte strumento di potere nelle relazioni familiari, oltre che un’esperienza ambigua di stati emotivi quali ansia, ira, tristezza.


Articolo a cura della
dott.ssa Giuseppina Barra
Psicologa Psicoterapeuta a Napoli

Dr.ssa Giuseppina Barra

Psicologa e Psicoterapeuta a Napoli
P.I. 07073281219
Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi della regione Campania n. 3281 del 2006
Laureata Psicologia Clinica e di comunità

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